Lavaredo Ultra Trail 2014
Hic sunt leones.
Qualcosa che da parecchio tempo è entrata sotto cute è la frase latina Hic sunt leones e forse è giunto anche il momento di spendere due parole per spiegare quale significato abbia per me.
Secoli fa questa scritta indicava sulle carte geografiche la labile traccia tra i confini conosciuti dall’uomo e l’Ignoto: il pericolo generico “qui ci sono i leoni” stabiliva quali erano i territori inesplorati oltre i quali pochi arditi osavano spingersi. La maggior parte dei viaggiatori tornava indietro o tuttalpiù si fermava lì sul bordo, paghi della loro tranquilla, consolidata conoscenza.
Perché andare oltre?
Perché rischiare?
Perché non far parte della placida maggioranza che aspetta paziente che sia qualcun altro ad osare l’inosabile?
Io voglio altro.
Io voglio andare a vedere cosa c’è più in là.
Voglio scoprire i miei confini e fare un passo oltre, perché siamo di più, molto di più di quello che la nostra mente vorrebbe farci credere; eppure tendiamo a sottovalutarci, a sminuirci, ad usare una millesima parte del nostro potenziale, a restare in quella comoda ed accogliente zona di confort perché sappiamo perfettamente che spingerci oltre i nostri limiti mentali e fisici costa fatica, fa paura, una fottuta paura...
Ed io di paura inizio ad averne anche troppa mentre osservo i miei compagni di avventura, cercando di individuare in quella folla variopinta l’anello debole del gruppo, confidando che il trovare qualcuno messo in arnese peggio di me possa confortarmi, sciogliendo quella morsa che sento chiudermi la bocca dello stomaco, in precario equilibrio tra il piacere di una scarica di adrenalina e la dolorosa sensazione del panico allo stato puro, ma inevitabilmente l’esercizio mentale si rivela ben presto inutile: qualsiasi persona su cui poggio lo sguardo si dimostra più giovane, più tonica, più determinata, più alta, più abbronzata, più f**a di me.
Nel poker si è soliti affermare che se non riesci ad individuare nei primi dieci minuti di gioco qual è il pollo seduto al tavolo, significa che il pollo sei tu; ed io inizio a sospettare di essere il pollo di turno, mi sento totalmente fuori contesto, impreparato, inadeguato e del tutto incosciente.
L’attesa successiva al pasta party è semplicemente snervante, mancano almeno tre ore e la pur piacevole presenza dei miei compagni di avventura (Alby, Alvin, Andrea..) e degli amici che ci incoraggiano (il grande Ghebo-raptor prossimo partente per la Cortina Trail dell’indomani, un redivivo wmich che si sciroppa una bella tirata d’auto pur di salutare la nostra partenza…
Distrattamente osservo Alvin ed il suo amico Andrea intenti a tagliare un dolce ipercalorico ad alto contenuto energetico in tante minuscole fettine, che verranno poi imbustate, sigillate AD UNA AD UNA
“Minkia, sembrate due pusher! Vi manca solo il bilancino per pesare le dosi…” neanche il tempo di finire la frase che Andrea estrae un bilancino e con certosina pazienza inizia a creare minuscole fettine di polenta da 25 grammi l’una, da mangiare una ogni ora.
E’ troppo.
Alberto ed io ci allontaniamo dai due loschi figuri perché la loro invidiabile concentrazione e professionismo ci sta mandando in totale sbattimento: io mi sono limitato a buttare nello zaino qualche barretta energetica da mangiare quando capita, confidando nei ristori e soprattutto nella divina provvidenza. Basterà?
Mi consola vedere che anche il ben più affidabile Alberto vacilla emotivamente: dapprima si dimentica le scarpe da trail (non ho capito bene se voleva spedirsele direttamente al rifugio Auronzo, facendo il primo tratto di gara..in infradito?), poi ricontrolla lo zaino con il materiale obbligatorio almeno dieci volte, infine ha pure il tempo di regalarmi un consiglio che si rivelerà prezioso: cospargersi i piedi di vaselina per prevenire ogni forma di vescica o arrossamento.
Normalmente sono contrario agli esperimenti in gara, ma ho cieca fiducia nel mio fraterno amico per lasciare inascoltate le sue parole e quindi mi infarcisco di vaselina le dita dei piedi e le avvolgo in un doppio calzino ed ora posso dire che mai scelta si rivelò più felice: oggi, dopo 119 Km di corsa in montagna ho due “piedini” freschi e morbidi che sembrano appena usciti dalla pedicure!
Grazie Alby, ti devo una birra!
Nella frenesia del pregara perdo i contatti con Alvin e Andrea (mi è spiaciuto un casino non salutarci prima dello start), ma riesco a fare qualche foto di rito, un emozionato “Inboccallupo frà!” scambiato con Alberto e poi lui si avvicina alla testa dei partenti, nella zona che compete ai veri ultratrailer come lui.
Inganno l’attesa cercando risposte a domande che so solo il tempo potrà fornire: se è vero che un paio di gambe ben allenate possono portarti avanti per una 50na di chilometri dopodiché si va avanti solo con la testa… considerando che le mie gambe sono tutto fuorché ben allenate… calcolando che mille metri di dislivello sono equiparabili a 10 km di corsa in pianura e che di dislivello positivo dovrò farne quasi seimila… a che distanza e a che dislivello stramazzerò a terra incapace di proseguire?
In questi mesi ho provato sulla pelle un susseguirsi di emozioni altalenanti, scossoni alla bocca dello stomaco che nulla hanno da invidiare alle attrazioni più adrenaliniche di Gardaland:
• Illusione – a inizio anno, al momento dell’iscrizione, dopo un rapidissimo scambio di sms con il mio Maestro di Vita Alvin: era un po’ che non lo sentivo, ma il suo laconico messaggio “Iscritto. Tu che fai?” non ha avuto nemmeno la necessità di introdurre l’argomento, sapevamo entrambi di cosa stessimo parlando. Lei. Il sogno. L’utopia innominabile.
Un rapidissimo “subdolo” check con la Venerabile Consorte “Ci sarebbe una gara a fine giugno…un bel weekend in montagna…ci son problemi se vado a fare un salto a veder che aria tira?” e poi il rapido CLICK dell'iscrizione, confidando nel fatto che “lì per lì mi sembrava un’ottima idea”. Bravo mona.
• Oblio – la LUT sembra così lontana, si corre, ci si allena, impegnati ma tranquilli…hai voglia, prima che arrivi il 27 giugno passeranno eoni!! Modalità Cicala On, non ci si cura del domani, godendo appieno di un presente all’insegna del cazzeggio totale.
• Stretta allo stomaco – in piena sindrome da “domenica sera prima dell’interrogazione di lunedì mattina” ti rendi conto che se vuoi onorare al meglio la gara, forse è il caso di smuovere un po’ il culo: le uscite di avvicinamento, i dislivelli impegnativi che ti lasciano senza forze pur essendo un terzo di quello che sarai chiamato a sostenere alla LUT, le prime domande esistenziali “In che razza di casino mi sono infilato?”
• Esaltazione – si, diciamolo, a qualche settimana dall’impresa ti senti figo, un gladiatore pronto a raccogliere il trionfo di una lotta impari e pertanto epica, visualizzi continuamente il momento del traguardo, senza fatica, senza sforzo, con una sola stilla di sudore a imperlare la fronte abbronzata ti vedi concludere la gara tra ali di folla adoranti. Si, ammettiamolo, siamo in pieno delirio di onnipotenza. Purtroppo dura gran poco.
• Negazione – gli ultimi giorni che precedono la partenza neghi tutto, fingi di dimenticare, ti illudi di non pensarci perché sai perfettamente che il continuare ad aggrovigliare seghe mentali ti porterà in pochissimo tempo all’esaurimento psicofisico. Ti ripeti che è solo un sonno profondo che parte come un tranquillo sogno per poi trasformarsi in incubo: tranquillo Fat, tra un po’ ti sveglierai e ti ritroverai spapparanzato sul divano, telecomando in mano, birra gelata, frittatona di cipolla e mutandoni di flanella, in sovrappeso e del tutto ignaro di che cosa significhi essere un ultratrailer.
• Panico Puro – il dado è tratto. Per il concetto di “Bruciare le navi dietro di sé” hai informato della tua impresa cani e porci, tutti sanno di quello che stai per fare, perfettamente consci che ti sei infilato in un cul de sac dal quale non potrai che uscire in due modi, vincente o sconfitto; qualcuno forse si augura pure il tuo ritiro per non doversi confrontare con i propri fantasmi personali e più o meno velatamente inizia a gufare, pronto a snocciolare il classico “Lo sapevo, te lo avevo detto...” davanti alla tua resa incondizionata, che in qualche modo possa attenuare l’amarezza personale di non averci nemmeno provato.
Qualsiasi cosa ti manda in paranoia:
il sole? Troppo caldo!
La pioggia? Oddìo, la pioggia di notte in altitudine nooo!!!
La nebbia? Ecco, perfetto, così di sicuro mi perdo e finisco in un canalone…
L’acqua alta? Sì, è un tipico problema della Laguna, ma hai visto mai…
Dio, fatemi partire che devo spegnere il cervello!!
Musica motivante, il tanto agognato countdown, 3…2..1…e finalmente si parte! La lunga attesa è finita, siamo soli io e lei!
La temperatura a Cortina è decisamente “sgarzolina” (eufemismo per dire che fa un freddo della madonna) e sapendo di dover star fermo in gabbia per un po’ di tempo, ho preferito indossare la giacca a vento, che toglierò dopo qualche minuto di riscaldamento: ed è qui che il buon Fat non si smentisce ed inanella la prima (e per fortuna unica!) Fatcazzata Planetaria da consegnare agli annali.
Quando ormai sono in temperatura, mi fermo a bordo strada con l’intenzione di infilare nello zaino la giacca adeguatamente piegata e compressa, ma l’operazione fatta più volte agevolmente sul letto di casa mia, ora si rivela una “mission impossible”; per quanto mi impegni il risultato finale è sempre una palla informe che non ha alcuna intenzione di entrare nel mio zaino e se ci riesce lo fa a discapito di qualcos’altro: un momento è la maglia di ricambio, un altro è il portafoglio con le chiavi dell’auto, maremmamaiala resta sempre fuori qualcosa!
Maledizione! Più hai fretta e più cresce l’ansia. Più cresce l’ansia più le cose si complicano.
Armeggio per dei minuti interi, con la coda dell’occhio osservo tutti i concorrenti che mi sorpassano ed io…ancora lì, a smoccolare contro la mia idiozia e ad insultarmi con una cattiveria di cui ignoravo l’esistenza, sino a quando il retro dell’occhio non manda più alcun segnale: nessuna lucina, nessuna folla colorata e vociante, nessuno!
Mi sorpassa l’ambulanza, la jeep dei carabinieri, il traffico cittadino riprende dopo che la corsa è passata e quel pirla di un pirla ancora sta lottando con lo zaino.
Di colpo ho un deja vu: inverno del 1973, un piccolo Fat è stato trascinato più o meno volontario alla prima lezione di sci collettiva sul monte Nevegal, nei tempi eroici di quando questo sport era appannaggio di una piccola nicchia di persone, armata di tanta passione e pochissima tecnologia.
Quattro dritte in croce dal maestro e poi la policroma scia di nanetti inizia a sracchettare coi bastoncini ed impacciata lo segue nella prima discesa sulla neve della loro vita: tutti tranne uno!
Per quanto si sforzi di muovere sci e racchette il piccolo Fat non si muove di un centimetro dal suo posto e in poco tempo resta solo, abbandonato in mezzo alla neve, dimenticato da tutti.
Cosa ci fa in mezzo alla sconfinata distesa bianca quel puntolino di nemmeno sei anni, che batte i denti non si sa se per il freddo o per la paura?
Quando tutto sembra perduto da dietro la collina ecco comparire la mamma, che con un sorridente “Patai, ci siamo dimenticati la sciolina!!” assesta due energici colpi sotto gli sci, togliendo almeno un quintale di neve fresca e compressa (con quel peso non avrebbe potuto muoversi nemmeno Hulk!), una bella lubrificata alle lamine ed il piccolo Fat può finalmente partire, rincuorato e determinato a vender cara la pelle!
Ed ora, adesso, 27 giugno 2014, dov’è la mia mamma? Perché non arriva e mi aiuta a risolvere i miei problemi?
Confesso che per un brevissimo istante mi ha pure attraversato il pensiero del ritiro anticipato per manifesta incapacità mentale: ammettiamolo Fat, sei troppo stupido per fare la LUT, l’organizzazione nel controllare il materiale obbligatorio dovrebbe fare un conteggio anche del numero minimo di neuroni necessari per partire, così ti scarterebbero subito e ti saresti risparmiato tutta questa fatica.
Mi scuoto. Incurante di chi mi circonda mi insulto a voce alta per un'ultima volta (“Dannato cazzone!”) e poi prendo la decisione, epica quanto fantozziana, di partire così, alla (scusate il francesismo!) cazzodicane, con mezzo zaino aperto, il sacchetto di plastica con dentro la maglia a maniche lunghe legato al fianco, correndo come un pazzo per recuperare la coda del gruppo.
Il sacchetto di plastica alterna un colpo alla chiappa sinistra ed un colpo agli zebedei, ma è giusto così: che mi serva di lezione, è la giusta punizione a cotanta manifesta stupidità.
La folla mi osserva come un alieno: chi è sto demente che affronta la salita come se corresse i cento metri? Non sanno se applaudirmi, incitarmi o mettersi a ridere. Nel dubbio mi osservano ammutoliti.
Raggiungo gli ultimi due concorrenti (anzi, i penultimi, visto che l’ultimo sono io!), riprendo un ritmo cardiaco consono ad un essere umano e per stemperare la tensione accumulata inizio a chiacchierare con loro, scoprendo che sono due veterani della LUT e che condividono con me la stessa identica strategia “Arrivare in fondo, auspicabilmente entro il tempo massimo di 31 ore, possibilmente vivi..” Mi sembra un bel programma!
Dopo quella dei piedi-alla-vaselina di Alby, mi viene regalata la seconda perla di saggezza della serata: “Non pensare al fatto che devi correre 120 Km, se no non ce la farai mai. Pensa solo a raggiungere il prossimo cancello prima delle scope, suddividendo la corsa in tanti piccoli traguardi intermedi…” Semplice quanto geniale.
Ma dopo qualche altro minuto, proseguono con un “Ecco, vedi quelle lucine dietro di noi? Sono i ragazzi del Servizio Scopa..”
Cioè, fatemi capire? Io dovrei correre due giorni con qualcuno attaccato alle chiappe, che mi rode la giugulare, con l’ansia di essere superato e fermato nella mia corsa all’immortalità? Addio amici, ho già il sacchetto con la maglia a maniche lunghe a sbattermi sugli zebedei, io vado dove mi porta il cuore, il ritmo lo dettano le mie gambe, sarà quel che sarà.
Inizia la lenta e costante rimonta del Fat, superando le persone che non vanno al “mio” passo: del resto la salita è così, se tiri troppo scoppi, se ti trattieni le gambe ti si imballano, devi solo andare al ritmo giusto, sta a te scoprire quale. Non lo conosci? Hai sbagliato gara, amico!
Finalmente mi sono riconciliato, sono in pace con me stesso e finalmente sento il “mood”, sono un tutt’uno con il mio respiro, con il buio ed il silenzio, con la natura che mi circonda e che la luce della frontale può solo farmi intuire. La mia gara è finalmente iniziata
Passo la notte a correre senza riferimenti spazio temporali, il cielo è coperto e purtroppo non regala la magnifica stellata della LUT di qualche anno fa (dove avevo partecipato alla prima parte della staffetta insieme a Claudio_sbarbi), si è solo cullati dalla luce ipnotica della frontale.
Ecco, ipnotica forse anche un po’ troppo, visto che nella mezz’ora che intercorre tra le 2:30 e le 3:00 ho una vera e propria crisi di sonno: avevo messo in conto che due notti insonni sarebbero state dure da affrontare, ma mai avrei detto che i primi problemi potessi averli dopo nemmeno quattro ore di gara, eppure eccomi qui, incapace di tenere gli occhi aperti e di scuotermi dal torpore, sto camminando nel dormiveglia, letteralmente dead man walking. Per fortuna sono in un tratto boschivo relativamente tranquillo, dove il massimo pericolo che corro è quello di inciampare in una radice e di finire in un cespuglio spinoso che forse potrebbe essere utile a darmi una sferzata.
Poi la crisi nera, così come è arrivata, magicamente sparisce, torno ad essere vigile, presente e pieno di energia: l’alba che tinge di rosa la maestosità delle cime mi fa sentire immensamente grande e profondamente minuscolo al contempo.
Al primo check point all’Hotel Cristallo posso finalmente fare il primo punto della situazione: ho un margine di quasi due ore sulle scope e questo mi tranquillizza, posso rilassarmi e continuare con il ritmo “a sensazione” (ancora non me rendevo conto, la corsa era solo all’inizio, ma uno dei doni compresi nel pacchetto All Inclusive Ultratrail consiste anche nella capacità di guardarsi dentro, di ascoltarsi, di parlarsi e di comprendere il proprio fisico e la propria mente. La strada era quella giusta…), godermi il primo ristoro caldo e.. sistemare nello zaino il sacchetto con la maglia a maniche lunghe che per 33 Km ha anestetizzato i miei zebedei: sfilo la zip, arrotolo la giacca a vento, la maglia, infilo, chiudo la zip. Fatto. Tempo impiegato credo 25 secondi netti.
Vorrei darmi un’amichevole calcio in culo, ma mi limito ad un sornione “fanculo Fat!” prima di gettarmi a corpo morto sul thè caldo e l’uvetta passa.
Mentre mangio e bevo, faccio salotto con i volontari (non mi stancherò mai di ringraziare abbastanza tutti questi appassionati che per nulla in cambio passano ore ad accudire amorevolmente chi sta inseguendo un sogno, aiutandolo a realizzarlo: GRAZIE RAGAZZI!!) e capto un discorso mezzo sconclusionato del primo ritirato di una lunga serie che incontrerò lungo il percorso:
“Ok, basta, io mi fermo qui…dov’è il pulmino dei ritirati?”
“Caspita, è successo qualcosa? Tutto bene?” cerco di capire un po’ allarmato.
“No, nulla. E’ che di solito dopo qualche ora sono stanco. E se sono stanco non mi va più di correre…”. Mumble, mumble: amico, qualcosa mi dice che hai cannato completamente tipo di gara!
Correre di notte è affascinante, ma la luce del giorno regala nuova energia: ci si sente un po’ dei sopravvissuti ed i raggi del sole che fanno capolino dalle nubi rinfrancano e fanno dimenticare le fatiche notturne.
Passato il lago di Misurina, il prossimo passo è il rifugio Auronzo, corrispondente al 48° Km, posizionato al termine di una bella rampa di salita che stronca le gambe di molte persone: a complicare le cose è anche il fatto che il rifugio si vede a km di distanza, tu cammini, sali, superi un dosso e quando pensi di essere arrivato…il rifugio è ancora là, distante anni luce, sembra che qualcuno lo sposti mentre a testa china tu non te ne accorgi. In questa estenuante lotta di resistenza alla fine il rifugio Auronzo capisce che non ho alcuna intenzione di cedere, si ferma e finalmente si fa raggiungere.
Ad accogliermi la prima di una lunga serie di pastine in brodo, capace di toccare le mie più profonde corde emotive: qualcosa di caldo che senti penetrare nel profondo delle tue ossa infreddolite, straordinario nel rigenerarti e farti tornare in vita! Se non puzzassi come un caprone tibetano imputridito mi getterei a baciare la cuoca: mi limito ad un sentito "Grazie!" detto con gli occhi lucidi.
Ho mantenuto lo stesso margine di distacco dalle scope ed euforico ne approfitto per telefonare a casa, augurare il buongiorno alla Venerabile Consorte e al Principe Ereditario, comunicare loro che il vecchio daddy è vivo, vegeto e determinato ad andare oltre. Fa una certa sensazione sentire le loro voci sonnacchiose, di chi appena alzato ed ancora in pigiama si sta preparando la prima colazione.
L’organizzazione ha predisposto un servizio di consegna borse per un eventuale cambio, ma io proseguo con quello che ho indosso: canottiera tecnica, maglia a maniche corte e soprattutto i mitici manicotti, che tiro su o giù in funzione della presenza o meno di vento gelido o pioggia, risparmiandomi tutte le soste che fanno coloro che al primo accenno di freddo recuperano la giacca a vento, anche fosse per pochi metri. Troppo sbattimento. Personalmente "ho già dato"!
Ed ora via, verso Forcella Lavaredo che segnerà uno dei punti più alti della gara e che precede una lunga discesa sino a Landro e a Cimabianche: in questo tratto, complice forse anche il paesaggio a mio parere meno esaltante, incappo nella seconda ed ultima crisi di sonno, identico al primo, durata mezz’ora netta di black out mentale in cui pagherei oro per una tazzina di caffè.
Cerco di caricarmi mentalmente considerando che, varcato il 67° Km, inizierò a compiere distanze mai raggiunte prima, come se ogni km segnasse un piccolo, nuovo Personal Best, ma presto mi rendo conto che questa è psicologicamente un’arma a doppio taglio, aver già fatto molto induce la vocina interiore a blandirmi con lusinghe del tipo “Bravissimo Fat! Hai già ottenuto un ottimo risultato. Non sarebbe meglio finire qui?” ma il tono è poco convinto, è uno sterile tentativo che non attacca. Sto scoprendo in me una forza interiore che non conoscevo, ho la sensazione che una metamorfosi stia avvenendo ed il ritiro non è contemplato, ci sarà forse un giorno in cui mollare, ma di certo non è oggi.
L’altimetria riportata sul pettorale di gara è utilissima, offre un costante riferimento, ma spesso inganna: quella che all’apparenza sembra un’innocua collinetta da superare fischiettando è in realtà l’ennesima forcella spaccagambe (nella fattispecie Forcella Lerosa), punto finale di uno dei tratti più impegnativi della gara segnata da passaggi esposti su nevai, guadi in torrenti con l’acqua alle ginocchia e giusto per non farsi mancare nulla, anche un bello scroscio di pioggia intenso, fosse mai che qualcuno si possa lamentare del caldo!
L'elicottero del soccorso medico sorvola le nostre teste: ecco un altro che non termina l'impresa... :
Raggiunta la forcella sono fradicio e intirizzito e ad un ristoro spartano mi viene proposta CocaCola fredda: potrebbe essere fatale, ringrazio e proseguo imperterrito con l’unica intenzione di togliermi quanto prima possibile da queste folate che mi ricordano la “Galleria del Vento” degli stabilimenti automobilistici di Mirafiori.
Al rifugio Col Gallina, dopo essermi riconciliato con il mondo a colpi di pastina in brodo, riaccendo temporaneamente il cellulare per fare qualche telefonata (so che molti amici hanno provato a telefonarmi in gara, ma alla fine ho preferito tenere spento il cellulare per accenderlo all’occorrenza): auguro la buonanotte a casa (“Vero che torni presto, papotti?”), provo a chiamare Podistica (cellulare spento), provo con Alvin (cellulare spento) e quindi con Alberto.
Mi risponde subito e mi congratulo con lui per la gara con un “Sei già docciato e sul divano, vero?”
Si parte in direzione dell’Averau, per l’ennesima impegnativa salita, ma ormai non mi pesa più, sono in uno stato di flusso; la montagna non la combatti, non la sconfiggi, non la conquisti. E’ immensa, è al di là della nostra pochezza, ti puoi solo avvicinare ad essa con umiltà e rispetto ed allora il gigante ti farà salire sulle sue spalle e ti sentirai un gigante anche te, ma solo per luce riflessa, farsi piccoli per essere grandi, comprendendo che l’unico modo per ritrovare se stessi è accettare il fatto che prima bisogna perdersi, lasciare tutto alle spalle, spogliarsi di ogni cosa e fondersi con la fatica, la stanchezza, il dolore.
Raggiunta la forcella sono fradicio e intirizzito e ad un ristoro spartano mi viene proposta CocaCola fredda: potrebbe essere fatale, ringrazio e proseguo imperterrito con l’unica intenzione di togliermi quanto prima possibile da queste folate che mi ricordano la “Galleria del Vento” degli stabilimenti automobilistici di Mirafiori.
Al rifugio Col Gallina, dopo essermi riconciliato con il mondo a colpi di pastina in brodo, riaccendo temporaneamente il cellulare per fare qualche telefonata (so che molti amici hanno provato a telefonarmi in gara, ma alla fine ho preferito tenere spento il cellulare per accenderlo all’occorrenza): auguro la buonanotte a casa (“Vero che torni presto, papotti?”), provo a chiamare Podistica (cellulare spento), provo con Alvin (cellulare spento) e quindi con Alberto.
Mi risponde subito e mi congratulo con lui per la gara con un “Sei già docciato e sul divano, vero?”
Si parte in direzione dell’Averau, per l’ennesima impegnativa salita, ma ormai non mi pesa più, sono in uno stato di flusso; la montagna non la combatti, non la sconfiggi, non la conquisti. E’ immensa, è al di là della nostra pochezza, ti puoi solo avvicinare ad essa con umiltà e rispetto ed allora il gigante ti farà salire sulle sue spalle e ti sentirai un gigante anche te, ma solo per luce riflessa, farsi piccoli per essere grandi, comprendendo che l’unico modo per ritrovare se stessi è accettare il fatto che prima bisogna perdersi, lasciare tutto alle spalle, spogliarsi di ogni cosa e fondersi con la fatica, la stanchezza, il dolore.
O forse sto solo sparlando ed invece di essere spiritualmente illuminato sono solo marcio di stanchezza, non so.
Il passo Giau segna anche l’ultimo cancello, il definitivo lasciapassare verso la gloria eterna dei finisher: passato questo con due ore abbondanti di margine sul tempo limite, la responsabilità di finire la LUT è solo nelle mie gambe. Anzi, nella mia testa, perché ormai le gambe le ho perse da un pezzo, dimenticate da qualche parte chissà dove: è strano, però, sono indubbiamente stanco, ma tutto sommato mi sento bene, sono in pace con me stesso ed anche il mio corpo ha rinunciato ad opporsi, come se il rendersi conto che da ore non ascolto i segnali di stanchezza lo avesse fatto desistere dal continuare a inviarmeli. Anche il dolore è talmente generalizzato (non c’è un solo muscolo che non mi faccia male) che diviene quasi impercettibile: non ho “solo” male ai piedi, o “solo” male alla schiena, o “solo” male alle ginocchia…è un’unica sensazione di dolore che diventa avvolgente, ovattata, per qualche assurda ragione la sento come “protettiva”.
E comunque anche all’ultimo controllo il numero di ritirati è impressionante: hai voglia a dire “Coraggio, mancano solo 16 Km…” perché tutti sappiamo che questi finali saranno chilometri eterni, che gli ultimi due strappi in salita saranno due erte inarrivabili e che infine la discesa la sentiremo passo dopo passo nelle ginocchia; inoltre è già ora di riaccendere le frontali e camminare su nevai e pietraie in semi oscurità non è facile, quindi comprendo e capisco chi, arrivato alla soglia del traguardo, abbandona l’impresa e si arrende.
A me per fermarmi dovrebbero sparare su un piede e forse nemmeno questo basterebbe.
Forcella Giau la raggiungiamo con qualche difficoltà tecnica: c’è vento e le nuvole basse, unite al nostro fiato che condensa, ci avvolge in specie di nebbia perenne, contro il cui muro si riflette la luce della frontale (tradotto in modo meno poetico, “non si vede un ca**o”), si procede in lenta comitiva, ognuno di noi affidando i propri passi a chi ci precede, confidando che il primo della lista sappia dove stia andando.
Sono in un gruppo eterogeneo di trailer e riesco nell’impresa di chiacchierare in salita con due ragazzi russi che non spiccicano una parola di italiano: la conversazione prosegue fitta per una ventina di minuti, nessuno credo abbia compreso una sola parola dell’altro, ma alla fine rimane la sensazione di aver condiviso qualcosa e che in certe situazioni le parole alla fine contino gran poco.
All’ultimo ristoro siamo ormai a bassa quota, mancherebbero gli ultimi 9 km ed una mente ingenua come la mia si lascia andare alla considerazione che “ormai è fatta”.
Bravo mona. Sbagliato!
Ignoravo che da quel punto iniziava la parte più sadica della gara: quando ormai non ne puoi più, quando hai nella testa solo l’immagine di una doccia calda, di vestiti asciutti, del sedile reclinato della tua auto nel parcheggio dove allungare le gambe e chiudere gli occhi…ecco che inizia il Bosco Eterno, ribattezzato dal sottoscritto Boscodemmerda.
Vedi le luci di Cortina, sono lì, e nonostante si cammini tra radici esposte e quantità impressionanti di fango procedendo con disarmante cautela, Boscodemmerda non finisce mai: fai 500 metri da destra a sinistra, scendi un po’ di dislivello, scivoli nel fango, rigiri da sinistra a destra, inciampi, tiri qualche moccolo lagnoso, risali un po’..e sei sempre lì! Esattamente dov’eri venti minuti prima. Maledetto Boscodemmerda. Anch’esso alla fine però, in questa estenuante prova di resistenza, si arrende al più coriaceo dei due e finalmente finisce, regalandomi l’ultimo chilometro su strada asfaltata che mi fa entrare in una Cortina addormentata: sono le 2:45’, in poco meno di 28 ore sto concludendo la mia prima LUT, 119 Km per un dislivello positivo di 5.850m, ma le emozioni che ho raccolto lungo il percorso sono talmente personali che sono pure contento che il mio arrivo avvenga in silenzio, perché avendo camminato passo dopo passo per tanto tempo con me stesso è giusto che in compagnia di me stesso questo viaggio abbia termine.
Spesso si dice che l’uomo che giunge al traguardo di una gara impegnativa non è mai uguale all’uomo che è partito: in me è avvenuta una vera e propria metamorfosi, lenta, faticosa ma straordinaria e bellissima; il patrimonio di esperienza che mi porto dentro sarà un tesoro prezioso per i giorni futuri, non solo per me stesso, ma anche per chi mi sta accanto.
Ho pensato spesso a quale insegnamento potrei trarre dalla LUT per trasmetterlo a mio figlio, che alla vigilia della gara ha sofferto il distacco temporaneo chiedendomi “Perché lo fai?”, non pago della risposta che io stesso stentavo a dargli, non conoscendola. E mio figlio non è l’unica persona a cui vorrei trasmettere qualcosa, perché ho qualcuno a cui vorrei poter dire "Combatti la tua più grande battaglia, non arrenderti perché NON È FINITA FINCHÈ TU NON DECIDI CHE È FINITA."
Se si potesse trasferire ad altre persone con un tocco della mano la possibilità di camminare e sorridere, giuro che correrei una LUT alla settimana: purtroppo non è fattibile e il bruciante desiderio che altri continuino a lottare le proprie battaglie della vita resta spesso lettera morta.
Come dicevo ad un amico, ci resta solo l'esempio personale, il migliore e forse unico maestro: se vuoi, puoi tutto. E per essere davvero grandi dentro bisogna accettare di farsi piccoli, perché questa è la vera "grandezza".
