


POST LUNGO!


La mia NYC marathon inizia, come per molti altri, a gennaio - febbraio del 2020. Reduce dalla fantastica esperienza di Valencia, con un record personale davvero inaspettato, decido di provare a iscrivermi grazie a quel tempo, che per la mia fascia di età vale come tempo di qualifica, al sogno se non di tutti, posso senza dubbio dire della maggior parte dei maratoneti o di chi vuole provare a cimentarsi con la regina delle corse su strada, fosse anche per una sola volta nella vita. Il giorno in cui aprono le iscrizioni sono al lavoro, col fuso orario da noi è pieno pomeriggio. Tengo il pc aperto sulla pagina del New York Road Runners club, NYRR, aggiornandola appena possibile e finalmente riesco a completare l’iscrizione. Ora non resta che aspettare, le iscrizioni vengono accettate su base first come, first served. La notizia mi arriva per prima cosa con l’addebito di qualche centinaio di euro sulla carta di credito: I’m in! Sarebbe anche l’occasione per tornare a New York con mio padre 16 anni dopo esserci stati insieme per la prima volta. È deciso, compriamo il volo, fermo un paio di hotel su Booking. Il Covid sta già bussando alla porta, ma mi dico che se a novembre dovessimo essere ancora in questa situazione i problemi sarebbero ben peggiori di 2 biglietti aerei. E infatti… La maratona viene annullata.
NYRR dà la possibilità di avere un rimborso completo del costo del pettorale o di spostare la partecipazione a una data a scelta tra il 2021 e il 2023, da decidere in un secondo momento. Io mi dico che è probabile che non riesca più ad avere un tempo di qualifica valido, quindi decido da subito di spostare l’iscrizione al 2022 (per fortuna, perché nel 2021 New York sarà ancora chiusa agli europei).
È così arriviamo al 6 novembre 2022. La situazione è molto cambiata in questi 2 anni. Innanzitutto mio padre non può più venire, al suo posto mi accompagna la mia famiglia. E poi sono cambiato io. Sono meno allenato, meno motivato, insomma ho meno tempo e voglia di preparare una maratona. Però l’iscrizione è lì e rinunciarci sarebbe davvero un peccato.
Quindi è deciso, si va!
Arriviamo a Manhattan nel tardo pomeriggio del martedì prima della maratona, per noi è notte inoltrata e dopo un viaggio di diverse ore la stanchezza si sente tutta.
Per non far perdere ai bambini troppi giorni di scuola e a noi troppi giorni di lavoro anticipiamo di qualche giorno la partenza e il rientro rispetto a quelle che sarebbero le date più indicate, decidendo di ripartire la sera stessa di domenica.
In questi giorni prima della gara faccio tutto quello che non dovrei fare: camminiamo minimo 10-12 km al giorno, mangiamo di tutto: cinese, giapponese, afro-americano, cibo da pub. Solo la cena del venerdì preso da una botta di parziale consapevolezza mi concedo una pizza da Eataly, ma mi rifaccio con la cena pregara fatta in un ristorante messicano prenotato da amici newyorkesi. A onor del vero cerco di avere un minimo di attenzione almeno nei piatti che prendo, ma non è facile. D’altronde come fare diversamente, la città è fantastica, non posso certo starmene chiuso in hotel ad aspettare il D-day! E poi in pochi km sembra davvero di poter fare il giro del mondo, non si può non approfittarne.
Se Manhattan tra mercoledì e giovedì è ancora relativamente tranquilla, da venerdì il numero di persone presenti aumenta esponenzialmente. Venerdì pomeriggio vado al Javits center a ritirare il pettorale, proprio all’inizio della fascia oraria che avevo selezionato (che per inciso nessuno ha controllato) e il tutto si svolge molto rapidamente. Il banco corrispondente al mio numero di pettorale è il secondo, subito dopo quello di “quelli forti” e questo un po’ mi inorgoglisce, un po’ mi fa sentire fuori posto.
Pettorale, maglietta, veloce giro all’expo (gigante stand new Balance, per il resto non mi è sembrato niente di che) cercando di salvare il portafoglio e via.
Mio figlio ci tiene molto a vedere la parata delle nazioni che fa da cerimonia di apertura della maratona, sulla finish line a Central Park e riusciamo ad arrivare appena in tempo. Alcune nazioni sono proprio scarsamente rappresentate, ma altre danno spettacolo, come la Bolivia con la sua banda di tamburi, il Costarica con i suoi balli, l’Australia dove tutti sfilano mascherati da canguri. C’è anche una ragazza iraniana (residente a New York) senza velo e con un cartello per la libertà delle donne iraniane. Scambiamo due parole, le faccio i complimenti e le chiedo se posso scattarle una foto. Riusciamo a intrufolarci verso il termine della parata proprio dentro la manifestazione e assistiamo da vicino alla presentazione dei top runner e ai balli e fuochi d’artificio finali.
La mattina di domenica la sveglia suona alle 4:45. Il ritorno dell’ora solare, che negli USA è proprio questa domenica, con una settimana di ritardo rispetto all’Italia, ci aiuta, ma come (quasi) sempre sono già sveglio, un po’ di agitazione si sente sempre.
Una veloce colazione, tanto poi dovrò mangiare qualcos’altro allo starting village, e a piedi vado all’imbarco del traghetto. L’hotel che ho scelto si rivela strategico, ci metto 3 minuti netti ad arrivare al ferry per Staten Island e comunque la zona è anche molto comoda per visitare Manhattan essendo servita praticamente da tutte le linee della metro. Inoltre a portata di passeggiata si trovano un sacco di locali e ristoranti e anche sia il bel Battery Park che il percorso lungo l’Hudson, spettacolare per delle corsette all’alba tra altre decine e decine di runners.
Mi imbarco alle 5:45 in punto che è ancora buio, a destra la statua della libertà e i grattacieli di Jersey City, a sinistra inizia ad albeggiare su Brooklyn e sul Verazzano bridge regalandoci uno spettacolo da ricordare.
Scesi dal traghetto dopo circa 30 minuti ci aspetta una lunga fila dei classici scuolabus gialli americani, che in 3/4 d’ora ci portano a fort Wadsworth. Qui dopo una veloce perquisizione possiamo entrare nei villaggi, divisi per colore. In attesa che aprano le griglie rinforzo la colazione con pane e burro di arachidi che mi ero portato, più caffè e bagel gentilmente offerti. Il tutto un po’ lungo e macchinoso, ma per ora organizzazione direi perfetta.
Alle 8:10 aprono le griglie ed entro. Seduto sul gradino del marciapiede, chiacchierando con un ragazzo canadese, ho una visuale a livello delle scarpe dei partecipanti e noto che un buon 95% indossa scarpe con piastra, alcune come le next% a mio avviso davvero esagerate. Sarò io che sono strano, ma non mi riconosco più in questo modo di intendere la corsa, alla ricerca di un mezzo che ci faccia per forza guadagnare (ipoteticamente) qualche secondo al km, schiavi delle leggi del marketing. Per carità, anch’io ho corso e fatto pb con delle Vaporfly 4% prima serie, ma ora mi sembra si stia andando oltre. Parere personale.
Iniziamo a incamminarci verso lo start, alle 9:05 sulle note di New York New York di Sinatra un colpo di cannone dà il via ai pro e 5 minuti dopo è il nostro turno.
Inizia la NYC Marathon 2022!
Da bravo ossessivo tengo l’Apple Watch con Strava impostato in miglia al braccio sinistro e il mio caro vecchio Polar impostato in km al destro. Tanto poi non li guarderò quindi tutto inutile! O meglio li guarderò, ma andrò comunque a sensazione, della serie va dove ti porta il cuore.. anzi no, perché il cuore batte in fretta, troppo, le pulsazioni sono più alte delle mie solite in maratona, a tratti quasi da mezza, ma io me ne frego e mi lascio trasportare dal flusso, dalle emozioni che sto vivendo.
Passato il primo km corso un po’ più lentamente, vuoi per la leggera salita del Verazzano bridge, vuoi per il traffico ancora non diradato, il ritmo si imposta da solo tra i 4’15 e i 4’20/km. Tutto sommato anche un ritmo teoricamente non esagerato.
Passati i primi 3 km circa, tanto è lungo il ponte, entriamo a Brooklyn e iniziamo a capire quale sarà il mood della giornata. Il pubblico a bordo strada gradualmente aumenta ed è sempre, sempre caloroso e partecipe.
Si vede cosa rappresenta questa maratona per New York e perché, contrariamente a quanto anche io stesso in parte pensavo, non è una maratona come le altre. Per queste persone a bordo strada che ti incitano con cartelli di ogni tipo, da “you are running better than the government” a “smile if you are not wearing underwear”, “run like someone just called you jogger” fino ai motivanti “we are proud of you” e similari, e portano i loro bambini di ogni età a vedere passare i maratoneti e a dare loro “high five”, sei davvero un esempio e ognuno ha una sua motivazione per sognare un giorno di essere anche lui su quelle strade dall’altra parte delle transenne. E questo lo si vede anche dai partecipanti, dal ragazzo che corre 26.2 miglia con le protesi in carbonio dal ginocchio in giù, al 50enne semiobeso che probabilmente dopo anni di sacrifici sta coronando il suo sogno, alla signora ultra 60enne che la cammina tutta zoppicando e aiutandosi con una stampella.
Io corro facendo una marea di video, devo ancora vederli, molto probabilmente saranno inguardabili, ma non mi interessa, voglio catturare il momento. Quando il pubblico vede che lo sto riprendendo si esalta ancora di più e urla e incita più forte che può.
Verso il 13esimo km, in pieno Brooklyn, vedo mia moglie e i miei figli a bordo strada e non ci penso due volte, devio verso di loro per andare ad abbracciarli e scattarci un selfie.
In questo giro del mondo che stiamo facendo in 42 km 195 metri il clima cambia completamente quando attraversiamo la zona sud di Williamsburg, dove vivono gli ebrei ortodossi. Qui non c’è quasi nessuno a incitare gli atleti, chi è per strada cerca frettolosamente di attraversare coi bambini in passeggino. Una signora ci guarda incuriosita abbozzando un mezzo sorriso e mi viene spontaneo dirle: “your smile is important!”. In quel semplice sorriso ho letto un’incitazione pari a quelle più esplicite che abbiamo ricevuto nelle altre zone del percorso.
Prima di lasciare Brooklyn c’è il passaggio alla mezza maratona: 1:32 e qualcosa.. un po’ veloce, ma tutto sommato neanche tantissimo rispetto all’obiettivo che avevo in testa, ossia di stare tra le 3:05 e le 3:10, più o meno il tempo fatto a Bologna un anno fa. Entriamo quindi nel Queens attraverso il Pulaski bridge, il secondo dei cinque che caratterizzano il percorso, e di qui a Manhattan attraverso il famigerato Queensboro bridge. Qui inizio ad avere i primi segni di cedimento, la leggera pendenza della prima metà del ponte sembra infinita, si corre al livello inferiore e nel silenzio quasi assoluto si sente solo il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Finalmente si svalica e la vista sullo skyline, col Chrysler building in primo piano, unita al fatto che so che all’uscita del ponte saremo accolti dal boato di Manhattan, dà un boost di energia, agevolata anche dal tratto in leggera discesa. Qui anche se non riesco a vederli si sono appostati di nuovo mia moglie e i miei figli. Siamo sulla 1st Avenue, ora si sale su fino al Bronx e si fa sempre più dura, questo drittone mi ammazza. Mi passa il pacer delle 3:05… mi sembra che vada come un treno… ma forse sono io che sto rallentando. Riesco più o meno a tenere fino al 31esimo, facendo ancora una serie di km sotto i 4’30. Passiamo il Willis Avenue bridge, siamo nel Bronx. La fatica si fa sentire. 4’40, 4’50/km. Ecco il Madison Avenue bridge, “the last damn bridge”! Vedo il famoso cartello, mi devo fermare anche qui per un selfie!
Entriamo ad Harlem, sulla 5th Avenue. Cavolo, è tutta in salita, ma quando finisce! Cerco di tenere, ma il ritmo scende sopra i 5’/km. Vengo superato da diversi runners, ma sono in tanti in difficoltà, c’è una ragazza sorretta da un compagno che praticamente non riesce a camminare. Entriamo a Central Park, nonostante tutto sempre facendo video per fissare ancora di più il momento nella memoria. So che ancora non è finita, ma non devo mollare, non ho mai camminato in nessuna maratona e non voglio certo farlo qui! A un certo punto, nel tratto in cui si esce dal parco per poi rientrare a Columbus Circle, mi sembra di sentire un “vai Gianlu”, non capisco se è vero o se ho le allucinazioni uditive, fortunatamente è la prima, è di nuovo mia moglie coi bambini che si sono spostati sul tratto finale del percorso, ma sono troppo in affanno e c’è troppa ressa per poterli vedere. Ok ci siamo, riprendo il telefono per fare un ultimo video dell’ingresso a Central Park, ma poi lo metto via, voglio godermi questi ultimi 2-300 metri.. cavolo ancora salita! Non potevano trovare un arrivo in discesa? Incito il pubblico pagante del Grand stand, hanno pagato il biglietto per essere lì, sulla finish line, ma sono un po’ freddini! Ci siamo, real time 3:14:36! Ho perso tanto nella seconda mezza, ma non ho mollato e per me va bene così.
Anche New York è conquistata!