Passatore 2013. Io c'ero!
Quest'anno il passatore è stato un po' ripiego, un po' compromesso: non riesco a far mandare giù a mia moglie la nove colli, e la preparazione invernale è stata fortemente condizionata da 3 mesi di stop per problemini al tendine d'achille.
Con questo non voglio sminuire la gara: nonostante ne abbia sentite di tutti i colori su traffico e comportamento scorretto di molti podisti, mi sono sempre lasciato incantare dal fascino del passatore: le colline toscane, il calore della gente, i profumi della sera, l'arrivo nella notte. Sapevo che prima o poi avrei partecipato, e dal momento in cui mi sono iscritto ho immaginato e pregustato ogni dettaglio di questa mitica corsa.
Partenza in treno alle 7:45 del sabato, viaggio tranquillo. A Milano incontro Andrea, reduce dalla nove colli e alla sua 23° partecipazione, e conosco Filippo, milanese alla sua terza partecipazione, uno di quei (pochi) tipi che dopo un attimo ti sembrano un amico di vecchia data, sul Freccia Bianca schiaccio pure un sonnellino e in un attimo siamo a Firenze.
Piove a dirotto, i ragazzi che vendono ombrelli fanno affari, tranne che con Filippo, che riesce a farsi regalare un ombrello fallato in cambio della sua gazzetta.
Si va a piedi in cerca del ritiro pettorali, mi sento tranquillo: mancano più di 3 ore alla partenza, voglio solo mangiare un boccone, cambiarmi e mettermi a correre.
Ritiriamo i pettorali, mi metto al riparo seduto sul marciapiede a mangiare i miei cereali integrali con olio. Filippo va al ristorante, lo rivedrò alla partenza. Sono stufo di masticare, decido di cambiarmi. Mi infilo in un portico che risulta essere l'ingresso per le auto agli uffici postali, un uomo gentile ma preoccupato della situazione avvisa che presto ci farà sloggiare, ma piove a dirotto e una ventina di podisti si spogliano e si cambiano in quello che sembra essere l'unico posto asciutto dove stare. Fa freddo, tira aria. Cerco di non dimenticare nulla, ma non ho la forza di mettermi la pasta anti sfregamento, sia perché manca ancora troppo alla partenza, sia perché ho le mani gelate.
Lascio il mio angolino a qualcun altro e mi avvio verso un bar. Ne trovo uno a 50 metri dal ritiro pettorali, dove le bariste, madre e figlia, non sanno nemmeno dell'esistenza della corsa, non sanno cosa sia il passatore e chiedono quanti soldi ci daranno "per stare in giro tutte quelle ore"... Mi stufo, anche perché fa freschino pure lì, e cambio aria.
Mi infilo nel cortile di Palazzo Strozzi, anche qui ci sono podisti che si preparano, poi vedo una scala con cartello "solo uscita". Entro e salgo le scale. Arrivo in una sala calduccia, tutta pulita, non c'è aria di podisti. l'addetta alla libreria, invece di cacciarmi, mi suggerisce di entrare, che nelle sale adiacenti avrei trovato da sedermi. Ringrazio, e poco avanti trovo un magnifico bagno con spaziosa sala d'ingesso e relativo calorifero acceso. Peccato non esserci capitato prima!
Rimango il più possibile, termino i preparativi, chiamo il mio amore, che risentirò all'arrivo. Mi scaldo. Sto bene.
Mancano 20' alla partenza. Abbandono la mia cuccia, torno al ritiro pettorali. Piove. Lascio il mio zaino sul camion che va a Faenza. Ora non ho più niente con me: portafoglio, telefono, abiti civili. Li rivedrò dopo l'arrivo.
Dotato di cerata e ombrellino mi avvio alla zona partenza. Lì incontro Filippo, ci salutiamo. Cerco di andare davanti, so che conta poco, ma non voglio inciampare in chi preferisce camminare. Mi fermo a una quindicina di metri dall'arco.
Parlano Elio Ferri, non sento cosa dice, ma mi piace, e il sindaco, non sento cosa dice, ma non mi piace.
Parte l'inno, sento l'energia, conto alla rovescia, mi commuovo. Lo sparo, si parte. Per dei secondi interminabili non si comincia a correre, poi, piano piano tocca anche a me. Ci siamo! Finalmente le gambe possono andare, bisogna fare attenzione a non scontrarsi ma si va. Pioggia, curve, la città. Molta gente va forte, passa il primo km.
Si esce dalla città, arriva il primo ristoro, prendo il primo gel accompagnato da un paio di bicchieri di sali. Si comincia a salire. Sto bene, anche se tutta 'sta pioggia guasta atmosfera e panorama.
Incontro Gianluca, trailer in gamba che ho conosciuto alle Porte di Pietra un paio d'anni fa, ci scambiamo impressioni e ci rivedremo alle docce. Raggiungo Nerino, conosciuto a una 6 ore (che vinse), facciamo un po' di strada insieme. Suggerisce di rispamiarsi, che oggi sarà dura arrivare in fondo. Poi accelera e si allontana. Scoprirò poi che è arrivato alla colla un minuto prima di me e purtroppo non ha proseguito.
In un attimo arriviamo a Vetta le Croci, sempre sotto l'acqua, e comincia la discesa. Questa mi è sembrata la parte peggiore del percorso: incredibilmente monotona, niente paesaggio, niente altro che asfalto sotto i piedi e vegetazione intorno.
Cerco di non spingere, molti podisti mi superano sbattendo i piedi, non voglio fare come loro. Borgo San Lorenzo, sono contento di passare sul tappetino, così a casa avranno notizie. la media è poco sopra i 5' al km, di poco più veloce del previsto, ma non mi preoccupa. Adesso inizia la parte più bella: la salita. Salita che per i primi km non sembra nemmeno tale, ma so che dal 38° si accentuerà, e avrò occasione di sentirmi fiero dei km fatti in allenamento.
Supero un po' di gente, penso ai miei cari, alla mia nonna mancata a Novembre alla quale sto dedicando la mia corsa. Sto tirando, ma non voglio risparmiarmi: se c'è un errore che non voglio fare è quello di dimenticarmi che sono lì per divertirmi, la salita è il mio pane e me la godo.
Arrivo alla Colla in 4h15', secondo i miei piani ho 10' abbondanti per cambiarmi e ripartire. Che delusione però, il posto è desolato, faccio fatica a capire dove infilarmi. I volontari sono tanti, ma stanno giustamente al riparo, in giro non c'è un'anima, tranne qualche auto di accompagnatori, dell'aria di festa che mi ero sempre immaginato nemmeno l'ombra.
Entro nella tenda, trovo subito il mio zaino e mi cambio la parte di sopra, cappellino e guanti e zainetto compresi. Ora non piove, sono le 19:22 e riparto per quella che mi immagino sarà una lunghissima discesa fino all'arrivo.
Non mi sento granché, pensavo che avrei lasciato andare meglio le gambe in questa fase, ma sono lento e non riesco o non voglio fare di più. Mi affianco spesso a un podista che ha due accompagnatori in bicicletta, mi offrono il loro aiuto. Declino, tranne che per farmi passare un paio di fazzoletti di carta, che ho dimenticato in cima e che mi serviranno per una lunga sosta tecnica.
Arriviamo a Marradi. "il Passatore inizia a Marradi", è una frase che ho sentito dire spesso, e in questo momento mi inquieta un po'. Solito gel, coca, sali, e riparto. Inizio a sentirmi stanco, oppure sono solo stufo. A ogni ripartenza dai ristori mi rendo conto che se mi fermassi un minuto di più, o se mi mettessi a camminare, mi assalirebbe un freddo terribile. Il termometro segna 6 gradi, la stanchezza fa tutto il resto. Corro perché sono qui per questo, corro per mia moglie, per i miei bambini, corro per i miei genitori, corro per le mie nonne. Mia nonna Maria, quella che è mancata di recente, era l'unica che quando le raccontavo delle ultra mi diceva: "Bravo, fai bene! Prenditi il tuo spazio, concediti qualcosa!" E anche adesso che scrivo sento gli occhi che si gonfiano.
Corro, sì, corro. Non sento dolore, il dolore non è questo. Posso andare ancora, immagino cosa proverei se i km che mancano non fossero una trentina, ma 130, o chissà. Immagino di andare oltre, di superare il mio corpo, la mia mente, il mio io, e di saper correre per sempre, di spingere la mia volontà in cima alla montagna, in fondo all'oceano, in mezzo al deserto.
Ma non dura, al ristoro del settantesimo arriva un altro dei pochi senza assistenza, che scoprirò chiamarsi Mario, e gli dico "non ho più voglia...", lui mi dice di non scherzare, "Non ti conosco, ma ti prendo a calci!". Io sapevo che non mi sarei fermato, ma mi piace che ci sia lui a spronarmi. Mi propone di andare un po' insieme, e funziona. Io vorrei andare più piano, ma lui mi spinge, un po' affiancandomi, un po' standomi dietro, un po' chiacchierando, un po' in silenzio. Voleva stare sotto le 9 ore, io sotto le 9 e 15. Siamo ancora in tempo per il mio obiettivo, basta continuare senza crolli. Stiamo insieme fino quasi a Brisighella, poi io mi fermo per una nuova sosta tecnica, intanto realizzo che mancano solo 12km.
Corro adesso, sento le gambe dure, ma mi sento arrivato.
Faccio conti sui km, sui minuti, sui ritmi, penso a tutto. All'improvviso sento un dolore sordo alle unghie degli alluci, si sono rotte, penso, poco male, non immagino che nei giorni a seguire quello sarà il mio unico problema. Vado, sto sotto i 5' al km, ho voglia di arrivare. Riprendo Mario, sono felice di vederlo, penso di arrivare con lui, ma mi dice di andare e io lascio che le gambe mi portino. iniziano i cartelli del 95, 96, che bello ogni km, finalmente qualche persona per la strada, mi salutano, mi applaudono, io non sto più nella pelle. 97, 98, siamo in centro, io ho sorrisi per tutti e la gente mi guarda, mi incita, come se stessi facendo qualcosa di davvero buono, come se correre fosse un premio non solo per me, ma per tutti. Finalmente vedo l'arrivo, è fantastico, ancora qualche passo, poi il suono del chip sul tappeto... E' fatta. 9h10'. Medaglia, telo sulle spalle.
Pochi secondi e mi assale il freddo. Mi travolge. Vado per farmi stampare il diploma, poi lascio perdere, recupero lo zaino, chiamo Cristina, la sua voce è il mio premio speciale. Salgo sul furgone che mi porta alla palestra. Lì trovo la parte più bella del passatore: i volontari, che mi accolgono come il figliol prodigo, mi riscaldano, mi accudiscono, si prodigano in ogni modo per aiutarmi. Doccia calda, mi faccio fare un massaggio, che mi sembra durare un'eternità, poi trovo una branda con una coperta. Mi sdraio, passo qualche ora con gli occhi sbarrati, lo stomaco bloccato e la mente confusa. Arriva un sacco di gente, la palestra ora è piena. C'è chi litiga, qualcuno urla, qualcuno addirittura è sgarbato con i volontari. Sembra impossibile, ma capisco che arrivare dopo ore di freddo e fatica e non trovare da sdraiarsi possa rendere suscettibili.
Raccolgo il mio zaino, mi faccio riportare in piazza per recuperare lo zainetto col cambio della Colla, poi la navetta mi porta alla stazione. Cammino a fatica, il tempo passa in fretta. siamo in tanti, ora siamo tutti amici, torniamo a casa dai nostri cari, pieni di orgoglio, di fiducia e di aspettativa per una domenica di sole e di gloria.
Grazie prima di tutti ai volontari, il meglio del mio passatore. Grazie agli organizzatori, grazie a tutti i fiorentini, ai faentini e agli abitanti di ogni luogo attraversato. Grazie ai podisti, quelli forti, quelli che camminano, quelli che arrivano e quelli che partono solamente e arriveranno la prossima volta.
Grazie a chi condivide, a chi racconta e a chi legge.
Grazie alle mie gambe preziose, all'amore dei miei cari, a questa vita meravigliosa che sa restituire quello che le diamo, e che sorprende sempre chi non si ferma.
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