È passato già un anno da quella sera quando, in preda ad un momento di fanatica esaltazione per aver ripreso a correre senza dolori alla caviglia, ho pensato di tentare la distanza dei 42 chilometri. Fatemelo scrivere per esteso: quarantadue chilometri e centonovantacinque metri. Una distanza immensa. Almeno per uno come me che fino ad allora correva al massimo 10/12 chilometri.
L'entusiasmo quella volta fu così alto che un mese dopo ero di nuovo infortunato, alla schiena questa volta. Nulla di che, il mio "solito dolorino" a sinistra della colonna vertebrale che ormai mi perseguita da qualche anno. Il medico che mi visitò l'ultima volta mi disse che non ci si poteva fare nulla e che il problema era cronico; scoliosi, bacino montato storto un paio di bulloni consumati e altre vaccate del genere. Mi disse anche era il caso di interrompere immediatamente nuoto e bici e che era il caso di ridurre anche il mio andare in montagna. Figuriamoci correrci sopra. I medici, brutta razza! Non me ne vogliate, ma proprio non vi sopporto!
I suoi consigli, presi e buttati nel cesso. Ma ti pare...
Torniamo a noi. Recuperato l'infortunio durato più o meno un mese, ecco finalmente la mia prima mezza maratona a febbraio. Nel frattempo un amico mi convince a provare anche la corsa in montagna. Ancora ti maledico, Andrea C.!!
I mesi tra Marzo e Novembre sono densi di trail e skyrace, tra le quali due da 42 chilometri. Tanti allenamenti sia su strada che in montagna. Più di 2300 km percorsi, 67000 metri di dislivello positivo accumulati, 5 paia di scarpe e due unghie perse concorrono nel bilancio di questo anno di corsa.
Qualche volta con mia moglie, ma molto più spesso da solo. E' bellissimo condividere una passione con la propria moglie e appena possibile non perdiamo occasione. Solo che tra gli impegni di lavoro ed i figli da gestire non sempre questo è possibile. Ad ogni modo, per me correre significa correre in solitudine. In questo modo sono portato a riflettere sulla mia vita e su quello che mi accade. Correre mi aiuta a risolvere alcuni conflitti interiori e sciogliere alcune delle discrepanze che nella vita di tutti i giorni accumulo con gli altri esseri umani.
E' un processo naturale, quasi logico, matematico. Quando corri per ore ed ore e accumuli moltissimi chilometri in solitaria, a prescindere da quale sia il tuo livello atletico (il mio è scarso n.d.r.), succede che il tuo modo di essere e di pensare in qualche modo si trasformi. In meglio, o forse in peggio: è inevitabile che il modo con cui affronti la corsa abbia prima o poi delle ripercussioni anche nella vita di tutti i giorni.
Finalmente sono in griglia di partenza. Il mio obiettivo è arrivare alla fine, ma terminarla in meno di quattro ore sarebbe per me un vero successo personale. I primi chilometri filano via lisci come l'olio.
Mi capita di pensare a quanto sia fortunato. Posso permettermi il lusso di scegliere spontaneamente di ficcarmi in situazioni che mi causano fatica e dolore, e da questo arrivare a trarne piacere. Non a tutti è concesso questo privilegio. Penso a mia madre, agli anni in cui lei aveva più o meno la mia stessa età; io gioco per cercare di aumentare il limite dei chilometri che sono in grado di correre, mentre lei lottava per spostare un po' più avanti la sua vita, sfidando dolori neppure solo lontanamente immaginabili.
Mentre i chilometri scorrono a lato della strada mi accorgo di quanto Firenze sia una città meravigliosa. Il tifo che si incontra non è da meno.
Al 36esimo chilometro, superata una nuova curva, inaspettatamente spuntano i volti di mia moglie e dei miei figli che gridano a bordo strada il mio nome.
Ero in crisi nera più o meno dal 28esimo e vederli mi fa letteralmente balzare il cuore in gola. Mia moglie deve essersene accorta e grida ancora una volta "dai Fa, muoviti!!".
Mi giro ed alzo un braccio per dirle che ho capito.
L'emozione è fortissima e mi accorgo di respirare male. Il cuore batte troppo forte. Lentamente mi tranquillizzo e riprendo contatto con il mio corpo.
La corsa è così: passi dal baratro più profondo in cui tutto sembra sfavorevole ed ostile, per arrivare in un attimo a veri e propri deliri di onnipotenza in cui tutto ti sembra possibile. Per ogni dolorosissimo metro che fai, ti convinci che puoi sopportare anche quello successivo.
Una sorta di "Principio di induzione" di Peano applicato alla corsa.
Sono salvo dalla crisi. Almeno per un po'. È solo grazie al loro semplice gesto che posso ancora sperare di arrivare fino in fondo. Non ne posso più, ma sono troppo vicino alla fine e non posso fermarmi.
Quei momenti ti cambiano, per sempre. Ti insegnano che, al di là di tutto, c'è sempre un modo per migliorare la tua condizione. La maratona ti mette al tappeto, ma se ne hai la voglia, hai comunque la possibilità di rialzarti.
Svegliatomi ormai da quella sorta di trance nella quale ero caduto, faccio un check della mia situazione. Sulle gambe non posso più contare perché sono irrimediabilmente dure; mi sembra di avere dei blocchi di cemento al posto dei muscoli. Ho male alle spalle e credo di avere una vescica al dito mignolo. Corro in modo un po' scomposto e qualche volta urto altri maratoneti. Un distratto segno di scusa da entrambe le parti e si va avanti.
E' questo quindi il famigerato muro del maratoneta? Sembra che accada a tutti gli atleti, anche ai top runner. Dopo circa 30 km il fisico ha consumato tutto il glicogeno contenuto nel fegato e nei muscoli (il nostro carburante, fornito dai carboidrati). Di fatto il corpo rimane senza più energie per andare avanti. Il corpo, esauriti i carboidrati, non è più in grado di bruciare i grassi (altra preziosa fonte di energia) e si trova ad utilizzare le proteine (i muscoli stessi) come carburante. Una specie di atto cannibale verso se stessi. Ecco che allora arrivano i crampi, un senso di malessere generalizzato ti pervade, le gambe non girano più e la fatica si trasforma in dolore fisico. E' allora che deve entrare in gioco la testa che subisce una sorta di distacco dal corpo. Non so spiegarlo meglio di così, però è quello che succede.
Molti evidentemente crollano, non ce la fanno e quindi si fermano, oppure camminano fino alla fine. Uno "spettacolo" incredibile, che però è in grado di darti quello spunto in più per farti andare avanti.
Fenomenali i passaggi lungo il Duomo, Piazza della Signoria, Ponte Vecchio (39esimo): ho ancora i brividi a pensare a tutte quelle persone che ti applaudono e urlano.
Gli ultimi tre chilometri sono completamente fatti d'inerzia dei quali non ho memoria. Cerco i miei tra la folla ma non riesco a vederli; faccio appena in tempo a registrare mentalmente il timer che segna 3 ore e 57 minuti.
Quello che succede dopo l'ultimo chilometro è qualcosa che non si può spiegare a parole.
Fatica, dolore, senso di vuoto, confusione, ma anche felicità e soddisfazione estrema.
C'è un anno di sacrifici, di sveglie all'alba, di brividi di freddo e colpi di calore.
Di vestiti che, freschi di biancheria pulita, diventano subito maleodoranti, fradici di sudore e qualche volta di pioggia.
Di sentieri innevati dove quando ci passi sopra, si sente il ghiaccio che si frantuma.
Di prati verdi che profumano di primavera e che si colorano di nuova vita.
Di asfalto rovente che trasuda umidità dopo un temporale estivo.
Di un tappeto di foglie gialle e rosse che, nonostante morte, mostrano ancora orgogliose una bellezza inaudita.
In quest'ultimo chilometro c'è quel cielo pieno di stelle che ho visto quella volta in notturna sul Monte San Primo in compagnia di mia moglie.
C'è lo sguardo attonito di mio figlio quando gli ho raccontato di una gara in montagna di 330 chilometri che dura più di 5 giorni (Tor des Geants, n.d.r.).
C'è il silenzio della vetta della Grignetta ed il frastuono della statale 36 durante la corsa in pausa pranzo.
C'è la mia età, e tutti i miei tentativi di far girare le lancette al contrario; loro, bastarde, continuano però il loro inesorabile giro in senso orario.
Ci sono le mie illusioni ed i miei fallimenti.
C'è tutto il tempo rubato alla famiglia, al lavoro, alle amicizie per concedermi quell'ora al giorno di libertà.
C'è l'urgenza di realizzare tutto quello che ho in mente.
C'è la pena per tutti quelli che dicono che non hanno mai tempo e che non hanno ancora capito che non vivranno in eterno.
C'è la consapevolezza che nella vita c'è molto di più di una bella macchina o di uno smartphone di ultima generazione.
C'è molto altro, infine, ma quelle sono per lo più cose mie e non è il caso di esporle qui ai quattro venti.
Quando ormai è tutto finito arriva l'sms di un amico che mi informa del ragazzo morto ad un chilometro dal traguardo.
Aveva da poco compiuto 38 anni.
La mia età.
Luigi, adesso riposati, se puoi.